Fu in un tiepido giorno di ottobre che la foglia chiese al cavaliere che cosa lo rendesse tanto cattivo.
Si posò piano ai suoi piedi, se avesse avuto delle gambe le avrebbe incrociate, ed invece si limitò ad accartocciarsi, arancione rossa e ocra davanti al corazzato signore.
Gli domandò di spiegarle.
"Tu ti prendi gioco di ogni essere, giovane signore, vivo o inanimato che sia. Sprezzante ti rivolgi a tutti, nulla suscita in te compassione o rispetto. Sei un dissacratore. La morte e il dolore sono il tuo cabaret. Disprezzi la sensibilità e la debolezza umana. Gli errori altrui ti divertono. Dimmi allora, cosa ti rende così spietato? Agiti lo sdegno come una spada saracena"
Il cavaliere, scuro in volto, raccolse la foglia, leggera e sottile come una piuma ma tanto ruvida da essere tagliente. Se la posò sul palmo della mano destra. Sul palmo sinistro. La rimise per terra. Le si sedette accanto. Si tolse l’elmo chiaro. Gli occhi gli lacrimavano come petali di rosa nelle mattine di maggio.
"Tu foglia, sei la cosa più fragile che abbia mai toccato. Sei sottile come la stessa brina e leggera come il polline. Sei uno scheletro indifeso. Cose delicate come te, vanno tenute con cura. Nulla andrebbe mai distrutto quando è solo un bocciolo o ha un corpo così vecchio da non potersi difendere da sè.
Una primavera sola mi vide sbocciare.
Il giorno prima era inverno, il giorno dopo ero nato. Ero nato per occhi così belli che non mi parve più di vederne di simili. Mi innamorai, ed ero nato. Fu un errore. Arrivò l’inverno ed ebbe occhi di ghiaccio fuso, schegge di vetro, schiaffi di freddo, pioggia sopra ombrelli chiusi. Orologi impazziti ticchettarono a lungo e poi fu il silenzio per giorni, mesi. Il gelo mi uccise che ero appena un fiore. L’estate la saltai sempre.
L’autunno fu eterno, il peggiore. Il mio scheletro mi trascinava morto sopra un terriccio nero e marrone, su foglie marce, marciavo anche io. Quello che ci fu dopo fu veloce e lo dimenticai presto.
Ero andato a male.
Tu lo sai, foglia, come si arresta la muffa quando è ormai larga su un frutto?
Si butta via il frutto. Per non far diffondere la muffa sulla frutta buona.
Tu mi chiedi come mai io sia crudele...ma se non lo sono mai abbastanza!
Dissacratore? Magari...
Spietato? No, sono infelice.
Il disprezzo che non ho mai strappato via dal mio cuore mi avvelena il sangue ogni giorno. Anche nella rinascita, fui sempre arrabbiato. Il perdono non lo conosco, sono malato. Vorrei poter tornare sano, ma la realtà è che il mio è un terribile male, peggiore della tisi e della peste.
Ho il rancore, foglia mia.
Rancore verso chi mi ha distrutto, tanto per iniziare. Io odio. Odio fingere che nulla sia successo. Odio il desiderio di tutti di cercare un altro nome a questo odio terribile. Odio aver provato un tempo un sentimento che non era odio. Odio avere io e solo io la certezza assoluta che mi rifarebbe del male, se potesse. Detesto chi non odia come me, chi è indifferente, chi sa essere irriverente, chi ama, chi sa fare finta. Non sopporto chi non odia come me.
Odio il mio stesso odio. Non sono capace di riderne. È l’unica cosa di cui non so ridere e quindi sono debole. Odio essere debole. Odio essere un gruppo d’ossa che si sbriciolano appena mi sfilo l’armatura.
Ti ricordi di quel cavaliere che se tolta l’armatura svanisce? Io sono come lui: sotto la corazza non mi restano che paure, fantasmi e spiriti servi di forze malvagie."
La foglia rimase in silenzio. Il cavaliere la prese di nuovo tra le mani. Stava quieta, nonostante i suoi colori di fuoco. I suoi bordi merlati sfregavano sulla pelle ruvida del cavaliere ad ogni soffio di vento finchè, in un alito freddo di tramontana, volò via. Il cavaliere non c’era più.
giovedì 1 ottobre 2009
martedì 29 settembre 2009
domenica 13 settembre 2009
Terzine
Leggendo di un filosofo le lettere all’allievo
m’imbattei in una faccenda che attirò la mia attenzione
vogliate perdonarmi, ma contarvela io devo.
Caro Seneca sostiene senza alcuna esitazione
che si viva di ricordi e di attese solamente
e che quella del presente di felicità è finzione.
Ora devo dirla tutta: non mi è parso convincente
fare credere a Lucilio in duecento letterine
che dal proprio giorno d’oggi non si possa averne niente.
Così rileggo a lungo e trovo nell’uovo il crine:
che pessimismo, ma quale Leopardi!
Non parla il filosofo saggio con lamenti da signorine.
Fanno piuttosto da inno codesti scritti maliardi
al coraggio, che come l’amore
punge vili e bugiardi come san pungere i cardi.
A parlar di eroi e di gesta potremmo passar le ore
ricordando Ettor troiano e l’eretico Giordano
e il prode re Riccardo che di leone ebbe il cuore.
Per il femminil valore sopra il fuoco metto la mano:
di Cleopatre e sfortunate Cenci lunga è la lista
e di Penelopi regine ad aspettar lo sposo invano.
Io l’ho detto e lo ripeto: è vero son polemista
e come il prode Cyrano tocco e non perdono,
anche questa storia davvero l’ho già vista.
A narrar l’altrui coraggio tutti maestri sono
ma quando poi discorriamo di leoni, e non gli animali,
per ognuno d’ogni parte pronto c’è un condono.
“L’affliggon, poveretto, tanti di quei mali
che il coraggio è zampettare
non spiegar le ali!”
Quanti ne ho sentiti più o meno così parlare
pensando di trovarsi nel giusto e nel sacrosanto
a vigliaccar sì bene da poterlo anche insegnare.
Ma se vorrete ascoltar, la mia storia non durerà tanto
e soltanto poche terzine vale ancor la pena
dedicare ad imprese vere che meritan gran vanto.
Dirò d’una ragazza, di ventun anni appena
che sola se ne andrà presto in terra alemanna
sperando se non altro di aver tempo per la cena,
non potendo contar troppo sulla prodigiosa manna,
mentre sui suoi libri Hegel con Pascal borbotta
che l’uomo checché lui ne dica, è ben più di una canna.
Ho pensato che da bambine quella famosa botta
presa all’osso sacro cadendo di bicicletta,
che pareva essersi rotta come un vaso di terracotta,
deve averle fatto male meno che questa fretta
di decider al più presto cosa portar via
e cosa lasciar qui, sapendo che di certo il Neckar non aspetta.
Dirò d’un certo omino e della sua bella mania
di diventar qualcuno e d’essere ben contento
di lasciar bicchieri e tazzine per tornar alla scrivania.
Come cambia il vento,
e come le persone, come l’ umano umore e come i desideri:
voler tornare a studiare non è cosa di poco tormento
soprattutto da quando di moda sono i moderni mestieri,
studi che non conosco, che non capisco quel che fanno,
ma mi sembra non formino esperti, ma mercenari guerrieri.
Soldati che non passan in luogo uguale tutto l’anno
neanche un mese in città nota
che per nuove gozzoviglie ben presto se ne vanno.
Dirò tirando avanti col mio racconto a ruota,
della Bella che ha deciso di finir con quella storia
che come d'estate un pozzo pareva essere vuota.
Difficile ancor più che sceglier per la gloria
è prender decision che è il cuore che comanda
scansar feroci dubbi ed evitar l’atroce boria,
come per quel pilota che con l’auto a volte sbanda
esce veloce di strada e batte anche la testa,
ma appena rimesso in piedi del veicolo domanda.
A lei che d’inutil bisticci voglia più non ne resta
rimane sol da attender in una buona maniera
un altro cavalier di cui ammirar le gesta.
Non voglio, questo è certo, tirare primavera
con questa storia lunga più d'un verde serto.
Un’ultima impresa vi narrerò stasera,
e ancor prim di dire, cauta io vi avverto,
che non posso con lui esser tanto poi obiettiva
che il cammino fino ad ora gli è stato troppo erto.
Il successo attende quello come s’attende una diva:
con capricci, sorpassi lenti e molta la sfortuna.
Per un treno che perdeva, su uno nuovo ripartiva.
Le occasioni le afferrava come mosche, ad una ad una
impossibil prima o dopo non arrivi quella buona
che possa cambiar tutto come cambia questa luna.
Accorti vi sarete che il mio tono diverso suona
è con lui, come a Cyrano davanti a la Rossana,
che il cuore furibondo da due anni e più mi tuona.
Non so dire quanto questa idea sia stata sana
da Seneca partire per arrivare all'uomo amato
eppure mi sembra fili come la bianca lana
questa storia svelta e sciocca che da un libro vi ho scovato.
m’imbattei in una faccenda che attirò la mia attenzione
vogliate perdonarmi, ma contarvela io devo.
Caro Seneca sostiene senza alcuna esitazione
che si viva di ricordi e di attese solamente
e che quella del presente di felicità è finzione.
Ora devo dirla tutta: non mi è parso convincente
fare credere a Lucilio in duecento letterine
che dal proprio giorno d’oggi non si possa averne niente.
Così rileggo a lungo e trovo nell’uovo il crine:
che pessimismo, ma quale Leopardi!
Non parla il filosofo saggio con lamenti da signorine.
Fanno piuttosto da inno codesti scritti maliardi
al coraggio, che come l’amore
punge vili e bugiardi come san pungere i cardi.
A parlar di eroi e di gesta potremmo passar le ore
ricordando Ettor troiano e l’eretico Giordano
e il prode re Riccardo che di leone ebbe il cuore.
Per il femminil valore sopra il fuoco metto la mano:
di Cleopatre e sfortunate Cenci lunga è la lista
e di Penelopi regine ad aspettar lo sposo invano.
Io l’ho detto e lo ripeto: è vero son polemista
e come il prode Cyrano tocco e non perdono,
anche questa storia davvero l’ho già vista.
A narrar l’altrui coraggio tutti maestri sono
ma quando poi discorriamo di leoni, e non gli animali,
per ognuno d’ogni parte pronto c’è un condono.
“L’affliggon, poveretto, tanti di quei mali
che il coraggio è zampettare
non spiegar le ali!”
Quanti ne ho sentiti più o meno così parlare
pensando di trovarsi nel giusto e nel sacrosanto
a vigliaccar sì bene da poterlo anche insegnare.
Ma se vorrete ascoltar, la mia storia non durerà tanto
e soltanto poche terzine vale ancor la pena
dedicare ad imprese vere che meritan gran vanto.
Dirò d’una ragazza, di ventun anni appena
che sola se ne andrà presto in terra alemanna
sperando se non altro di aver tempo per la cena,
non potendo contar troppo sulla prodigiosa manna,
mentre sui suoi libri Hegel con Pascal borbotta
che l’uomo checché lui ne dica, è ben più di una canna.
Ho pensato che da bambine quella famosa botta
presa all’osso sacro cadendo di bicicletta,
che pareva essersi rotta come un vaso di terracotta,
deve averle fatto male meno che questa fretta
di decider al più presto cosa portar via
e cosa lasciar qui, sapendo che di certo il Neckar non aspetta.
Dirò d’un certo omino e della sua bella mania
di diventar qualcuno e d’essere ben contento
di lasciar bicchieri e tazzine per tornar alla scrivania.
Come cambia il vento,
e come le persone, come l’ umano umore e come i desideri:
voler tornare a studiare non è cosa di poco tormento
soprattutto da quando di moda sono i moderni mestieri,
studi che non conosco, che non capisco quel che fanno,
ma mi sembra non formino esperti, ma mercenari guerrieri.
Soldati che non passan in luogo uguale tutto l’anno
neanche un mese in città nota
che per nuove gozzoviglie ben presto se ne vanno.
Dirò tirando avanti col mio racconto a ruota,
della Bella che ha deciso di finir con quella storia
che come d'estate un pozzo pareva essere vuota.
Difficile ancor più che sceglier per la gloria
è prender decision che è il cuore che comanda
scansar feroci dubbi ed evitar l’atroce boria,
come per quel pilota che con l’auto a volte sbanda
esce veloce di strada e batte anche la testa,
ma appena rimesso in piedi del veicolo domanda.
A lei che d’inutil bisticci voglia più non ne resta
rimane sol da attender in una buona maniera
un altro cavalier di cui ammirar le gesta.
Non voglio, questo è certo, tirare primavera
con questa storia lunga più d'un verde serto.
Un’ultima impresa vi narrerò stasera,
e ancor prim di dire, cauta io vi avverto,
che non posso con lui esser tanto poi obiettiva
che il cammino fino ad ora gli è stato troppo erto.
Il successo attende quello come s’attende una diva:
con capricci, sorpassi lenti e molta la sfortuna.
Per un treno che perdeva, su uno nuovo ripartiva.
Le occasioni le afferrava come mosche, ad una ad una
impossibil prima o dopo non arrivi quella buona
che possa cambiar tutto come cambia questa luna.
Accorti vi sarete che il mio tono diverso suona
è con lui, come a Cyrano davanti a la Rossana,
che il cuore furibondo da due anni e più mi tuona.
Non so dire quanto questa idea sia stata sana
da Seneca partire per arrivare all'uomo amato
eppure mi sembra fili come la bianca lana
questa storia svelta e sciocca che da un libro vi ho scovato.
sabato 11 luglio 2009
Monologo del rossetto
Una cosa che non dimenticherò mai è il giorno in cui mia zia mi ha insegnato come si mette il rossetto.
In un caldissimo inverno, in una casa piena di gente che andava e veniva con dolcetti, amari, digestivi, altri dolcetti e altri digestivi, mia madre spazzava il pavimento del soggiorno dalle briciole schivando i molti piedi che affollavano la stanza; mio padre discuteva con mio zio di qualche insulsa questione politica; i miei bellissimi cugini (allora poco più che adolescenti) si annoiavano in balcone e mio fratello dormiva nel suo passeggino, sazio e soddisfatto. I restanti membri della famiglia collaboravano svogliati ora a questa, ora a quell’altra cosa. Io aspettavo con pazienza il momento in cui mia zia sarebbe uscita dalla cucina e sarebbe arrivata in soggiorno a riporre il servizio buono di piatti. Poi avrebbe fumato una sigaretta guardando fuori dalla finestra e infine si sarebbe allontanata per andarsi a cambiare.
Alle tre in punto di ogni pomeriggio di festa, mia zia usciva per andare da Oscar, il prodigioso pasticcere dietro casa sua, a comprare dei dolci. Questo perché sulle tavole siciliane c’è sempre troppo poco da mangiare. Io attendevo pazientemente che quella sigaretta terminasse e, quando la vedevo andare verso il piccolo guardaroba dove teneva tutti i suoi vestiti, la seguivo come una trottola, anzi come una strummula. Le davo giusto il tempo di cambiarsi d’abito e, percorrendo in silenzio il lungo corridoio liscio e scivoloso di cera, la raggiungevo, accostavo la guancia allo stipite di legno freddo della porta e aspettavo di sentirmi dire:“Aurora, che fai là gioia? Entra, fammi compagnia ”.
Fare compagnia alla zia che si truccava era la cosa più bella del mondo.
Non ho mai capito perché mia zia si ostinasse (e si ostini tuttora) a truccarsi nel guardaroba e non in camera sua. Eppure anni fa, quando dopo aver imbiancato gli operai le chiesero dove voleva che poggiassero il comò di ebano che le era tanto caro, lei non ebbe dubbi a farlo riposizionare in quel luminoso stanzino.
La zia si truccava sempre seduta su una poltroncina pelosa con le nappe, di fronte al grosso specchio di quel comò nero che in un altro tempo era stato di mia nonna.
Il giorno che mi ha spiegato il rossetto però non era seduta. Mi guardava attraverso il grosso specchio e sorrideva. Fui io a chiederle in un impeto di audacia se potessi provarlo. Ovviamente lei disse sì ed io, orgogliosa di quel bel tubetto dorato che mi mise in mano,tutto quello che riuscii ad ottenere fu un rossissimo sbaffo storto sul labbro superiore. Mia zia rise allegramente, prese da una scatolina di cartone che teneva sul comò un fazzoletto di carta e mi pulì pazientemente le labbra. Io la guardavo delusa, cercando di scovare i suoi pensieri sotto le ciglia bionde. Lei sorrise tutto il tempo, poi buttò il fazzoletto nel cestino, si sedette sulla poltroncina pelosa e mi prese di mano il rossetto. Glielo consegnai tristemente e lei lo richiuse e lo appoggiò sul comò. In compenso però tirò fuori da un cassettino una matita da disegno, o almeno qualcosa che vi somigliava molto, dello stesso colore amaranto del rossetto.
Disse che il rossetto non era cosa da tutti. Che quando una ragazza si metteva il rossetto poteva decidere se metterselo bene o metterselo male. Se voleva metterlo male, lo prendeva e lo passava sulle labbra come avevo fatto io. Se voleva metterlo bene, prima doveva fare il contorno. Tolse il tappo alla strana matita e iniziò a tracciarmi sulle labbra un contorno precisissimo con la punta morbida. Il rossetto, disse, è tutta questione di contorno. Ci vuole mano ferma e precisione. Eleganza e pazienza. Il contorno si fa così. Non esiste niente al mondo che non abbia bisogno del contorno. Il contorno dà il tempo di pensare al rossetto che ci metterai dentro. È come dipingere e colorare, la differenza sta nel contorno. Poggiò la matita sul comò e, finalmente, riaprì il rossetto avvitandolo tre volte su sé stesso. Lo passò pianissimo sulle mie labbra, ovviamente senza uscire dal contorno. Perché, disse, è evidente che il contorno va rispettato.
Disse anche che con il rossetto stavo molto bene.
Mettere il rossetto è una delle cose che so fare meglio in assoluto. Tutto sta nell'imparare il contorno.
Se sfugge, è perchè il contorno non è fatto bene. Se svanisce dopo poche ore, il contorno svanisce anche lui, quindi non è fatto bene. Ma se il contorno è saldo, preciso, se l’ho fatto con calma, seduta su una poltroncina con le nappe, è impossibile che qualcosa di bello, veloce e breve come il rossetto se ne scappi via facilmente.
In un caldissimo inverno, in una casa piena di gente che andava e veniva con dolcetti, amari, digestivi, altri dolcetti e altri digestivi, mia madre spazzava il pavimento del soggiorno dalle briciole schivando i molti piedi che affollavano la stanza; mio padre discuteva con mio zio di qualche insulsa questione politica; i miei bellissimi cugini (allora poco più che adolescenti) si annoiavano in balcone e mio fratello dormiva nel suo passeggino, sazio e soddisfatto. I restanti membri della famiglia collaboravano svogliati ora a questa, ora a quell’altra cosa. Io aspettavo con pazienza il momento in cui mia zia sarebbe uscita dalla cucina e sarebbe arrivata in soggiorno a riporre il servizio buono di piatti. Poi avrebbe fumato una sigaretta guardando fuori dalla finestra e infine si sarebbe allontanata per andarsi a cambiare.
Alle tre in punto di ogni pomeriggio di festa, mia zia usciva per andare da Oscar, il prodigioso pasticcere dietro casa sua, a comprare dei dolci. Questo perché sulle tavole siciliane c’è sempre troppo poco da mangiare. Io attendevo pazientemente che quella sigaretta terminasse e, quando la vedevo andare verso il piccolo guardaroba dove teneva tutti i suoi vestiti, la seguivo come una trottola, anzi come una strummula. Le davo giusto il tempo di cambiarsi d’abito e, percorrendo in silenzio il lungo corridoio liscio e scivoloso di cera, la raggiungevo, accostavo la guancia allo stipite di legno freddo della porta e aspettavo di sentirmi dire:“Aurora, che fai là gioia? Entra, fammi compagnia ”.
Fare compagnia alla zia che si truccava era la cosa più bella del mondo.
Non ho mai capito perché mia zia si ostinasse (e si ostini tuttora) a truccarsi nel guardaroba e non in camera sua. Eppure anni fa, quando dopo aver imbiancato gli operai le chiesero dove voleva che poggiassero il comò di ebano che le era tanto caro, lei non ebbe dubbi a farlo riposizionare in quel luminoso stanzino.
La zia si truccava sempre seduta su una poltroncina pelosa con le nappe, di fronte al grosso specchio di quel comò nero che in un altro tempo era stato di mia nonna.
Il giorno che mi ha spiegato il rossetto però non era seduta. Mi guardava attraverso il grosso specchio e sorrideva. Fui io a chiederle in un impeto di audacia se potessi provarlo. Ovviamente lei disse sì ed io, orgogliosa di quel bel tubetto dorato che mi mise in mano,tutto quello che riuscii ad ottenere fu un rossissimo sbaffo storto sul labbro superiore. Mia zia rise allegramente, prese da una scatolina di cartone che teneva sul comò un fazzoletto di carta e mi pulì pazientemente le labbra. Io la guardavo delusa, cercando di scovare i suoi pensieri sotto le ciglia bionde. Lei sorrise tutto il tempo, poi buttò il fazzoletto nel cestino, si sedette sulla poltroncina pelosa e mi prese di mano il rossetto. Glielo consegnai tristemente e lei lo richiuse e lo appoggiò sul comò. In compenso però tirò fuori da un cassettino una matita da disegno, o almeno qualcosa che vi somigliava molto, dello stesso colore amaranto del rossetto.
Disse che il rossetto non era cosa da tutti. Che quando una ragazza si metteva il rossetto poteva decidere se metterselo bene o metterselo male. Se voleva metterlo male, lo prendeva e lo passava sulle labbra come avevo fatto io. Se voleva metterlo bene, prima doveva fare il contorno. Tolse il tappo alla strana matita e iniziò a tracciarmi sulle labbra un contorno precisissimo con la punta morbida. Il rossetto, disse, è tutta questione di contorno. Ci vuole mano ferma e precisione. Eleganza e pazienza. Il contorno si fa così. Non esiste niente al mondo che non abbia bisogno del contorno. Il contorno dà il tempo di pensare al rossetto che ci metterai dentro. È come dipingere e colorare, la differenza sta nel contorno. Poggiò la matita sul comò e, finalmente, riaprì il rossetto avvitandolo tre volte su sé stesso. Lo passò pianissimo sulle mie labbra, ovviamente senza uscire dal contorno. Perché, disse, è evidente che il contorno va rispettato.
Disse anche che con il rossetto stavo molto bene.
Mettere il rossetto è una delle cose che so fare meglio in assoluto. Tutto sta nell'imparare il contorno.
Se sfugge, è perchè il contorno non è fatto bene. Se svanisce dopo poche ore, il contorno svanisce anche lui, quindi non è fatto bene. Ma se il contorno è saldo, preciso, se l’ho fatto con calma, seduta su una poltroncina con le nappe, è impossibile che qualcosa di bello, veloce e breve come il rossetto se ne scappi via facilmente.
domenica 21 giugno 2009
Erano anni che non piangevo per una poesia
I
Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato
della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,
scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d'esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri
piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti
agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare
ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri - in tuta o coi calzoni
di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.
Stupenda e misera città,
che m'hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa
delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato
con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d'estate;
a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire
che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono
fratelli proprio nell'avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi
vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare
esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.
Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra
muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette
lassù, un po' di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell'estate.
Trastevere, in un odore di paglia
di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide
risuonano d'incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
- sotto festoni di luci ormai sole -
verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l'anima era invasa
quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.
piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti
agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare
ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri - in tuta o coi calzoni
di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.
Stupenda e misera città,
che m'hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa
delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato
con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d'estate;
a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire
che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono
fratelli proprio nell'avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi
vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare
esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.
Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra
muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette
lassù, un po' di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell'estate.
Trastevere, in un odore di paglia
di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide
risuonano d'incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
- sotto festoni di luci ormai sole -
verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l'anima era invasa
quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.
Pier Paolo Pasolini - "Il pianto della scavatrice"
(da "Le ceneri di Gramsci")
mercoledì 10 giugno 2009
domenica 31 maggio 2009
Frammenti o la gente che incrocio: la ragazza sul muretto di pietra
In una notte struggente l’interminabile addio.
Un mantello blu steso sul velluto del mare e tutto d’un tratto i gradini di pietra che la separavano da lui furono mille. Sotto le tende di glicine non restavano che petali, e foglie, e aria. Vederlo sotto le magnolie, con la sua schiena di marmo contro una colonna di pietra, era solo gioco di buio e ombre. Quando il pomeriggio arrivava, rosso e scuro, portandosi dietro le casette bianche intorno alla collina, per lei era il momento di salire quei gradini che la portavano a casa. Li saliva lentamente, fissandoli uno per uno. Talvolta li contava. Erano trenta. Forse meno.
C’erano stati pomeriggi che quei gradini li aveva saputi salire di corsa, con i polpacci duri come noci, tenendosi il petto con una mano per paura che il cuore la precedesse. Il vento la spingeva indietro e non le importava. Il suo profumo, perso tra sale e pesce grigliato, le si avvicinava piano. Quell’ora che ai naviganti aveva intenerito il core, a lei lo spiegava come vele in lontananza e, mai più di allora, volgeva al desio. Per vederlo le bastava allungare la testa oltre il pergolato, socchiudere un po’ gli occhi e scorgerlo, seduto sul muretto, interrompere l’orizzonte con le sue spalle aguzze. Quasi sempre leggeva con le lunghe ciglia disegnate sulle pagine del libro e le labbra serrate a conservare le parole in un punto che non era voce né memoria. Teneva il libro in un modo strano, mezzo aperto e mezzo chiuso, per non farne uscire le parole, forse, per non perderle nel vento come sabbia. Le lunghe dita, aperte, reggevano la carta ruvida della copertina. I gomiti premevano stretti sul torace. Le gambe dondolavano oltre il muretto. La schiena tesa spingeva contro la pietra. C’era pace intorno a quell’odore di sole che se ne va. C’era pace intorno a lui, che aveva i capelli nerissimi ed era bello. Lei restava a guardarlo aspettando la raggiungesse con gli occhi a metà strada, lui faceva sempre di più. Sguardo dritto, oltre il libro, finalmente la guardava, con occhi verdi. E azzurri. E verdi. E oro. E glicine. E oro. E verdi, mille volte verdi come le onde di Neruda. Il suo sorriso cauto, obliquo, riempiva il cielo di stelle. Tutto era blu e rosso. Il sole abbassava la testa. Lui era bello. Lei non lo guardava più. Come in quei giochi di memoria che si fanno da bambini: d’un tratto si coprono le immagini e bisogna ritrovare i particolari andando a memoria. Lei guardava lontano le barche tornare al molo. In paese la gente chiudere le persiane per non fare entrare la polvere di tramonto. Sulla strada le biciclette pedalare più lente per non perdersi le prime lucciole. Sotto il muretto l’erba alta tremare al vento. Quando tornava a guardarlo non sbagliava un solo suo dettaglio.
Ora non sapeva più giocare. Ricordava ogni dettaglio di quello spazio vuoto di fronte a lei, aperto verso il mare, ma non si era accorta di quando lui era svanito, insieme all’orizzonte sotto il nero del cielo. Non era più facile distinguere la fine del pomeriggio dall’inizio della sera. Tutto si faceva più scuro, le colline si coricavano sul mare, il faro litigava con la luna, il molo lunghissimo scompariva. Lei guardava i gradini dall’alto, seduta sul muretto di pietra. Aveva le spalle nude, e tremava un po’. La notte si spargeva intorno a lei e innaffiava i gelsomini che iniziavano a profumarle intorno. Poi le copriva le spalle con lo stesso mantello blu con cui avvolgeva il mare e la lasciava solo dopo molte ore.
Un mantello blu steso sul velluto del mare e tutto d’un tratto i gradini di pietra che la separavano da lui furono mille. Sotto le tende di glicine non restavano che petali, e foglie, e aria. Vederlo sotto le magnolie, con la sua schiena di marmo contro una colonna di pietra, era solo gioco di buio e ombre. Quando il pomeriggio arrivava, rosso e scuro, portandosi dietro le casette bianche intorno alla collina, per lei era il momento di salire quei gradini che la portavano a casa. Li saliva lentamente, fissandoli uno per uno. Talvolta li contava. Erano trenta. Forse meno.
C’erano stati pomeriggi che quei gradini li aveva saputi salire di corsa, con i polpacci duri come noci, tenendosi il petto con una mano per paura che il cuore la precedesse. Il vento la spingeva indietro e non le importava. Il suo profumo, perso tra sale e pesce grigliato, le si avvicinava piano. Quell’ora che ai naviganti aveva intenerito il core, a lei lo spiegava come vele in lontananza e, mai più di allora, volgeva al desio. Per vederlo le bastava allungare la testa oltre il pergolato, socchiudere un po’ gli occhi e scorgerlo, seduto sul muretto, interrompere l’orizzonte con le sue spalle aguzze. Quasi sempre leggeva con le lunghe ciglia disegnate sulle pagine del libro e le labbra serrate a conservare le parole in un punto che non era voce né memoria. Teneva il libro in un modo strano, mezzo aperto e mezzo chiuso, per non farne uscire le parole, forse, per non perderle nel vento come sabbia. Le lunghe dita, aperte, reggevano la carta ruvida della copertina. I gomiti premevano stretti sul torace. Le gambe dondolavano oltre il muretto. La schiena tesa spingeva contro la pietra. C’era pace intorno a quell’odore di sole che se ne va. C’era pace intorno a lui, che aveva i capelli nerissimi ed era bello. Lei restava a guardarlo aspettando la raggiungesse con gli occhi a metà strada, lui faceva sempre di più. Sguardo dritto, oltre il libro, finalmente la guardava, con occhi verdi. E azzurri. E verdi. E oro. E glicine. E oro. E verdi, mille volte verdi come le onde di Neruda. Il suo sorriso cauto, obliquo, riempiva il cielo di stelle. Tutto era blu e rosso. Il sole abbassava la testa. Lui era bello. Lei non lo guardava più. Come in quei giochi di memoria che si fanno da bambini: d’un tratto si coprono le immagini e bisogna ritrovare i particolari andando a memoria. Lei guardava lontano le barche tornare al molo. In paese la gente chiudere le persiane per non fare entrare la polvere di tramonto. Sulla strada le biciclette pedalare più lente per non perdersi le prime lucciole. Sotto il muretto l’erba alta tremare al vento. Quando tornava a guardarlo non sbagliava un solo suo dettaglio.
Ora non sapeva più giocare. Ricordava ogni dettaglio di quello spazio vuoto di fronte a lei, aperto verso il mare, ma non si era accorta di quando lui era svanito, insieme all’orizzonte sotto il nero del cielo. Non era più facile distinguere la fine del pomeriggio dall’inizio della sera. Tutto si faceva più scuro, le colline si coricavano sul mare, il faro litigava con la luna, il molo lunghissimo scompariva. Lei guardava i gradini dall’alto, seduta sul muretto di pietra. Aveva le spalle nude, e tremava un po’. La notte si spargeva intorno a lei e innaffiava i gelsomini che iniziavano a profumarle intorno. Poi le copriva le spalle con lo stesso mantello blu con cui avvolgeva il mare e la lasciava solo dopo molte ore.
Iscriviti a:
Post (Atom)

